Convegno del 13 marzo 2010

L’emancipazione femminile in Guinea-Bissau: dalla lotta armata al contesto di stato indipendente

 

Nelle società africane, il ruolo delle donne fu sempre considerato fondamentale. Prima ancora dell’evento del colonialismo in Africa, le donne parteciparono spesso e in modo attivo alla vita politica della comunità e al processo di decisione. A livello delle istituzioni politiche, la presenza femminile si rivelava di grande importanza perché esse esercitavano una certa influenza sulle decisioni, pur non avendo le stesse prerogative degli uomini per quanto riguardava il potere politico.

L’evento della colonizzazione alla fine del XIX secolo e la sua intensificazione nella prima metà del Novecento ebbe grande impatto sulle condizioni sociali degli africani. Per quanto riguarda il Portogallo, la seconda metà del XX secolo fu segnata dall’adozione di un’importante legge coloniale, lo “Statuto dell’Indigenato”, approvato nel 1954. Questa legge, in vigore fino al 1961 (data dello scoppio del primo fronte di guerra, in Angola), regolava la vita politica, amministrativa, economica e sociale degli africani “indigeni” delle “Province d’Oltremare”, senza però fare qualsiasi riferimento alla partecipazione degli africani, e quindi, anche delle donne, nelle istituzioni dello stato coloniale. In più, nonostante il ruolo fondamentale delle donne nell’economia delle comunità, esse non godevano degli stessi diritti politici degli uomini, fatta eccezione per gli “affari femminili”.

In Guinea-Bissau, la battaglia per l’emancipazione politica e sociale delle donne ebbe inizio nel contesto della lotta per l’indipendenza, nell’ambito della quale fu consacrata speciale attenzione alla condizione femminile. Sia a livello delle strutture politiche e militari edificate nelle “zone liberate” del paese, sia ancora a livello militare, le donne diedero un valido contributo. Infatti, furono soprattutto loro le responsabili per la distribuzione del materiale propagandistico del P.A.I.G.C (Partido Africano da Indpendência da Guiné e Cabo-Verde) alle popolazioni durante la fase della lotta “clandestina”. Inoltre, servirono come elemento di collegamento fra le varie “cellule” del movimento di liberazione. A livello politico, parteciparono attivamente nei vari organi del P.A.I.G.C., sia come responsabili per la mobilitazione delle masse popolari, sia come incaricate politiche in organi di direzione del partito, come per esempio il Consiglio Superiore della Lotta (l’esempio di Carmen Pereira, membro del CSL, organo massimo nella struttura gerarchica del partito). Il loro ruolo fu altrettanto importante nei comitati di gestione dei villaggi, detti Comités de Tabanca, dove almeno due dei cinque membri dovevano essere donne. Ma fu soprattutto a livello dell’istruzione e della formazione che le donne assunsero un ruolo determinante durante la lotta armata. Il sistema d’istruzione creato nelle “zone liberate” della Guinea-Bissau, aveva tre obiettivi principali da raggiungere: la scolarizzazione obbligatoria per i bambini e per i giovani, la formazione dei soldati e la formazione di professori; in questo sistema, il criol costituì un prezioso meccanismo di apprendimento. Sia nelle scuole rurali che nelle scuole secondarie, la figura femminile era fondamentale: nei comitati di gestione amministrativa delle scuole, nei gruppi di controllo e nelle riunioni. Anche a livello delle strutture sanitarie messe in atto, la presenza di donne fu importante: infermiere specializzate e ausiliari furono fondamentali per il funzionamento dei centri di salute create nelle “zone liberate” del paese a partire del 1964.

Negli anni successivi all’indipendenza (ottenuta per via unilaterale nel 1973, riconosciuta dal governo di Lisbona nel 1974), la mancanza di risorse umane ha spinto il nuovo stato della Guinea-Bissau a chiedere la collaborazione di tutti i guineani che avevano acquisito una formazione accademica. Questa strategia ha favorito anche le donne, dando loro la possibilità di mettere in pratiche le proprie competenze, talvolta anche a livello dirigenziale.

Tuttavia, gli obiettivi che erano stati alla base del Programma Massimo del P.A.I.G.C. (formazione, sviluppo e modernizzazione) per quanto concerne le donne, sono rimasti ampiamente disattesi dai nuovi governanti. Ciò ha portato ad una progressiva disuguaglianza tra i sessi, soprattutto a livello della rappresentanza politica e del settore privato.

Gli anni Novanta segnarono l’inizio di una nuova era politica: nel 1991 il regime di partito unico era formalmente abolito e sostituito da un regime multipartitico. Questo “nuovo sistema” ha aperto alle donne guineane nuove prospettive politiche, parzialmente abbandonate con la guerra civile scoppiatasi nel paese nel giugno del 1998, frutto di tensioni e fratture interne.

Nel nuovo millennio diverse iniziative sono state prese sia a livello istituzionale, sia a livello internazionale, per dare la giusta visibilità all’elemento femminile nella società guineana. A livello internazionale, la cooperazione internazionale (come ad esempio quella con la Repubblica Popolare della Cina) rappresenta uno dei principali strumenti di lotta alla povertà. Le nuove strategie di cooperazione puntano, oltre che su importanti riforme del settore della pubblica amministrazione, anche sul miglioramento della condizione femminile attraverso una politica che favorisca la maggiore presenza di donne nelle istituzioni e organizzazioni politiche. A livello interno, resta una situazione di grande squilibrio per quanto riguarda la presenza femminile nei partiti politici.

In seguito all’inclusione della Guinea-Bissau nell’agenda della Peace Building Comission (PBC), nel dicembre del 2007, le associazioni femminili guineane hanno chiesto la realizzazione di una Consulta Nazionale per verificare le necessità economiche e sociali delle donne e richiedere la loro inclusione nel “Quadro Strategico per il Consolidamento della Pace”, alla fine di valorizzare il loro contributo alla ricostruzione nazionale.

Le donne della Guinea-Bissau oggi affrontano diversi ostacoli politici, economici e sociali. Per quanto riguarda la leadership femminile, resta ancora una lunga strada da compiere. Per invertire l’attuale tendenza, pare fondamentale adottare alcune importanti misure: definizione di una politica di sostegno e di rafforzamento delle capacità di comando; promozione di azioni che siano in grado di cambiare la mentalità sociale riguardo l’importanza della formazione delle donne come mezzo per conoscere i propri diritti; rafforzamento delle capacità tecniche delle istituzioni di promozione di genere; creazione e finanziamento di progetti volti a potenziare l’elemento femminile.

 

Patricia Gomes

 

Escuta a entrevista transmetida pela Radio Vaticana:

 

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